MMPI: dove abbiamo sbagliato?

Le scienze della psiche sono (per definizione) le scienze della soggettività. Devono (e possono) i loro strumenti di indagine produrre oggettività?

Ce ne parla Umberto Galimberti in un articolo comparso su La Repubblica (“Che cosa si studia oggi nelle facoltà di psicologia?“). L’unico argomento che non condivido affatto con Galimberti è la sua preoccupazione per una deriva “biologico-naturalistica” delle scienze della psiche, che a me sembra invece il loro doveroso approdo epistemologico. Semplice divergenza terminologica forse, poiché per tutto il resto l’articolo di Galimberti è una perfetta sintesi prescrittiva per la psichiatria e la psicologia moderne. Dove si chiede ad esempio di ripartire in modo convinto dalla psicopatologia, dal colloquio, dalla soggettività che regge la fenomenologia.

Galimberti si preoccupa della scomparsa della psicopatologia e del punto di vista soggettivo dai programmi delle facoltà psicologiche: “Obbligatori sono invece gli esami di statistica e di testistica, come se nell’approccio clinico capire cosa passa nel vissuto del paziente avesse decisamente meno rilevanza di quanto non ne abbia rassemblare dati grezzi per indagini statistiche, o somministrare test che danno tanto l’impressione di scientificità, dove è garantita la professionalità dello psicologo anche nel fallimento dell’incontro“.

I test come mera illusione di oggettività? Seguiamo il percorso di Galimberti.

A) Galimberti & Hathaway

Negli anni ’30, un gruppo di lavoro presso la University of Minnesota, coordinato da Starke R. Hathaway (psicologo e psicofisiologo) e J. C. McKinley (neuropsichiatra) hanno ideato e costruito il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), il test “oggettivo” di personalità tuttora più conosciuto e diffuso nel mondo (dal 1995 nella versione MMPI-2).

Ma nel 1972, in un articolo che ha per titolo: “Where have we gone wrong? The mistery of the missing progress” (in J.N. Butcher, Objective Personality Assessment, Academic Press, New York, 1972), proprio Starke Hathaway mosse critiche radicali all’impiego dei metodi naturalistici nell’indagine sulla personalità, rimangiandosi, con rara onestà, il lavoro di tutta una vita che lo aveva reso famoso. Ecco le sue parole: “Se il lettore sostiene la tesi che lo sforzo degli ultimi quarant’anni abbia prodotto test e inventari di personalità di sicura efficacia, lascio a lui il compito di provarlo… Devo ammettere che posso impiegare solo deboli argomenti a favore della validità pratica dei test… Se mi chiedessero di esibire un’ evidenza convincente che, in un’ora, un determinato intervistatore non può fare bene e meglio, non esiterei ad accettare la sfida“.

Hathaway cerca quindi i motivi del fallimento (questo è il mistero) in una serie di indizi: il costrutto elusivo, l’origine complessa, i criteri impossibili, la strategia improduttiva, arrivando alla conclusione che non si possono applicare nello studio della personalità “gli stessi strumenti matematici e gli stessi disegni di ricerca che sono serviti per risolvere problemi in altri campi della scienza“. E questo perché: “L’analisi fattoriale, l’analisi della varianza e altri feticci sono procedure standard per l’analisi della personalità, ma ciò che non va nei test è stato causato proprio dalla applicazione di queste strategie statistiche“, per cui “lancio una sfida alla metodologia della scienza applicata alla psiche, invocando perfino uno scetticismo iconoclasta; comunque non darò nessuna direttiva convincente per qualcosa di nuovo“.

A mo’ di chiosa Hathaway osserva che: “Leggendo questo, un collega dichiarò che si stanno facendo molti progressi nella conoscenza della schizofrenia stabilendo o osservando correlazioni e procedendo nella scoperta di parametri che sembrano riferirsi all’andamento non lineare di “r(a)”. Ma un altro collega disse che, alla mia età, potevo permettermi di dire qualunque cosa. Grazie a questo privilegio, rispondo al mio primo collega che lo sapevo già. Ho visto così tanti parametri e correlazioni sulla schizofrenia cambiare in continuazione, che la sua fiducia sembra essere basata più su un entusiasmo giovanile verso la scienza, che sulla probabilità che si stiano facendo effettivi progressi“.

Il testo completo di Hathaway è apparso in traduzione italiana nel volume “La diagnosi testologica” (a cura di Franco Del Corno e Margherita Lang, Franco Angeli Editore, 1989) con il titolo: “Dove abbiamo sbagliato? Il mistero del progresso scomparso”, ma gli studenti oggi non lo possono più leggere perché nella riedizione del 1997 sono riapparsi tutti gli altri saggi tranne questo (mi domando se anche questo sia il mistero del progresso scomparso, n.d.a.).

Galimberti ci consiglia l’ottimo lavoro di Maria ArmezzaniL’indagine di personalità” (La Nuova Italia Scientifica, 1995), dove c’è un paragrafo dedicato al ripensamento di Hathaway, con un riassunto e la trascrizione di molti passi, nonché i cambiamenti intervenuti nella somministrazione del test, che però riguardano solo la standardizzazione su nuovi campioni e lo svecchiamento di alcuni item, ma non la struttura dell’inventario che resta ancorata alle stesse superate categorie, per giunta rinnegate dal suo ideatore.

In conclusione, Galimberti si rivolge ancora “agli studenti di psicologia con indirizzo clinico di Padova che chiedono come si può comprendere, al di là dei test, il disagio e la sofferenza a cui la loro laurea dovrebbe in qualche modo abilitarli, consiglio loro di dedicare un bel po’ del loro tempo ai libri di psicopatologia (…) E sotto le apparenze della professionalità, che ostenta sicurezza e ottiene riconoscimento sociale, siamo un’isola che dolorosamente non riesce a farsi dialogo, quando invece è proprio questo il compito dello psicologo e dello psichiatra“.

[Ringrazio il collega Gianluca Castelnuovo per le preziose segnalazioni]

B) Helmes & Reddon

Meritava indugiare sulle belle riflessioni di Galimberti, torniamo adesso al MMPI per la citazione di altre due fonti critiche. Segnalo innanzitutto una notissima review del 1993 ad opera di Helmes & Reddon: “A perspective on developments in assessing psychopathology: A critical review of the MMPI and MMPI-2” (Psychological Bulletin, 113 (3), 453-471).

Dall’abstract: “Many concerns have been raised about the Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), but the emphasis on continuity during its revision precluded addressing many of these problems in the new MMPI-2. In this review, problems with the MMPI and MMPI-2 are explicated in an effort to promote more informed use of this and other tests of psychopathology. Major theoretical concerns include the lack of a consistent measurement model, heterogeneous scale content, and suspect diagnostic criteria. Serious structural problems include the overlap among scales, lack of cross-validation of the scoring keys, inadequacy of measures of response styles, and suspect norms. Six minor problems and new issues for the MMPI-2 are also discussed. It is concluded that although the MMPI-2 is an improvement over the MMPI, both are suboptimal from the perspective of modern psychometric standards for the assessment of psychopathology“.

C) Rogers

Passiamo infine ad una review firmata nel 2003 da Richard Rogers, uno dei massimi esperti della forensic psychiatry statunitense: “Forensic Use and Abuse of Psychological Tests: Multiscale Inventories” (Journal of Psychiatric Practice Vol. 9, No. 4). Rogers introduce innanzitutto una importante precisazione sulla oggettività degli inventari di personalità: “Multiscale inventories have sometimes been referred to as “objective tests,” an expression still used periodically. The term “objective tests” is a misnomer that may create a false impression among mental health professionals. Although the scoring is objective, the interpretation is not. In practice, clinicians generally select specific interpretations from a panoply of already published possible interpretations, such as those found in an MMPI-2 handbook or a computerized report. This issue of selective interpretations will be discussed in more detail below with reference to “cherry-picking”.

Rogers riassume i tre diversi atteggiamenti che si riscontrano negli psichiatri, di fronte all’utilizzo (o l’abuso) degli inventari di personalità. Purtroppo ciascuno dei tre, se non integrato e supportato da una buona conoscenza del test e dei suoi limiti, appare a Rogers “less than ideal“:

  1. Dismiss and discount. The first option is to dismiss multiscale inventories as unnecessary or superfluous to psychiatric evaluations. Although this alternative may sometimes be tempting, multiscale inventories should not be discounted entirely. These measures are commonly used by the majority of psychiatrists, psychologists, and other mental health professionals, especially in forensic consultations. Multiscale inventories are often an integral component of diagnostic evaluations.
  2. Use directly. The second option is to purchase testing services directly from test firms. This option appears to be favored (implicitly at least) by the American Psychiatric Association in the APPI Handbook of Psychiatric Measures.4 That text details practical issues, such as costs and contact information, for multiscale inventories. The basic limitation of this option lies in the necessarily generic nature of computerized reports; their encyclopedic approach to interpretation is overly inclusive, combining empirically tested findings with weak correlates and theoretically driven suppositions about the individual being tested. How does one separate the comparatively sparse wheat from the overly abundant chaff?
  3. Use through consultation. The third option, consistent with discipline-based practice, is to use an expert consultant for multiscale inventory interpretations. The psychiatrist would rely on another professional, typically a clinical psychologist, for the interpretation of profiles and concomitant response styles. A forensic psychologist may be recommended when legal matters are involved. The main limitation of this option is in the selection of a consultant; a substantial minority of doctoral-level psychologists have only a basic knowledge of specific test interpretation. The consulting psychologist should be very familiar with current studies on the applicability, validity, and reliability of the inventories used and ideally should have advanced training in their design and use.

Rogers indica anche tre trappole nell’interpretazione dei questionari di personalità. Due di esse sono prettamente linguistiche: le difficoltà di lettura e comprensione degli items; l’indimostrata equivalenza linguistica delle versioni tradotte in altre lingue. La terza è invece clinica ed ermeneutica ed ha a che fare col rischio delle cosiddette cherry-picking interpretations: “How does the clinician select the “correct” interpretation of a test when faced with dozens—sometimes hundreds—of possibilities? Clinicians with sophisticated knowledge of the test validation may be able to select those interpretations that are best validated. A common error for most clinicians, however, is selecting the interpretation that “best fits” the individual patient. This process of “taking the best and leaving behind the rest” is known as cherry-picking. It is a dangerous enterprise that involves self-selecting confirming interpretations and discarding interpretations that do not fit one’s own clinical view. Cherry-picking constitutes an extreme form of confirmatory bias and should not be used in clinical or forensic practice. Psychiatrists should routinely ask their consultants, “Given the number of possible interpretations, how did you arrive at these conclusions?” and “Were there other interpretations that did not fit the patient as well?” As a practical solution, I suggest that psychiatrists shape their referral questions to minimize cherry-picking”.

Sulle 10 scale cliniche di base Rogers commenta: “Unfortunately, the names of these scales are misnomers. For example, elevations on the Schizophrenia [Sc] scale are found in a range of disorders and cannot be used as direct evidence of schizophrenic disorders. These misnomers are likely to mislead professionals unfamiliar with the MMPI-2 and its interpretation process“.

Sulle altre scale: “Hundreds of specialized research scales that often have either focused or limited clinical applications. Some scales have been extensively validated in peerreviewed research; many others have not“.

L’analisi di Rogers non esclude certamente l’utilità dello strumento: “The MMPI-2 is a well-validated multiscale inventory that can be used with a wide range of inpatients and outpatients. Patients should be screened for adequate education (at least 8th grade reading level) and sufficient concentration to complete this lengthy inventory. The MMPI-2 is especially well-suited for cases in which psychiatrists have concerns about a patient’s response styles. Rogers et al. [Rogers R, Sewell KW, Martin MA, et al. Detection of feigned mental disorders: A meta-analysis of the MMPI-2 and malingering. Assessment 2003;10:160–77] completed a comprehensive meta-analysis of 65 feigning studies that compared malingered and genuine MMPI-2 protocols. They found that specific validity scales (especially Scale Fp) can assist in determining cases of possible malingering. In defensive patients, the MMPI-2 has the most sophisticated methods for detecting minimization of psychological impairment of any current test (e.g., Wiggins Social Desirability). Beyond response styles, the MMPI-2 offers clinical descriptions based on code-types (i.e., combination of highest elevations) and individual scale elevations. Carefully interpreted, MMPI-2 profiles provide useful data about patterns of psychopathology“.

Molte le fonti di possibili errori interpretativi e diagnostici, anche nel senso del non riconoscimento di quadri psichiatrici: “Practitioners should note the common misinterpretation of “within normal limits” (“WNL”) profiles. When none of the clinical scales is elevated (i.e., all scale scores are below a T score of 65), many mental health professionals erroneously equate the lack of clinical elevations with an absence of psychopathology or impairment. The “WNL” profile is often found in chronic populations and cannot be interpreted as a “healthy” profile. The “WNL” profile is the most common patient profile, occurring in approximately 30% of referrals“.

In queste condizioni, è evidente che poche sono le certezze che davvero si possono trarre dal questionario, che va ridimensionato al ruolo di strumento di assistenza nella formulazione e nel vaglio di ipotesi da parte del clinico esperto: “Psychiatrists are urged to use a psychological consultant to address the myriad interpretations possible for the MMPI-2. As noted previously, computerized reports can be less than helpful to mental health professionals who are not versed in the test itself. The daunting task of separating the wheat from the chaff should only be undertaken by those with specialized MMPI-2 training“.

Rogers dedica la propria riflessione sui questionari multi-scala anche allo specifico delle applicazioni peritali e forensi: “Multiscale inventories are something like utility players in baseball. They perform well for a variety of purposes but do not excel at any highly specialized task. Psychiatrists are therefore likely to value multiscale inventories for the general clinical information they provide; however, clinicians should not try to make direct linkages between test interpretations and specific diagnoses or legal capacities. For example, each of the three multiscale inventories discussed here has individual scales designed to discover and assess antisocial features. Should elevations on these scales— even marked ones—be seen as evidence of antisocial personality disorder? The answer is definitely not. Although they measure antisocial characteristics, these scales are not effective in establishing a DSM-IV diagnosis of antisocial personality disorder. Moreover, these scales on the different tests are not highly correlated with each other, which indicates that they are measuring different facets of antisocial, asocial, and delinquent characteristics. Like the metaphor of the utility player, multiscale inventories can provide general information about antisocial characteristics but are ineffective at furnishing detailed data regarding diagnosis or risk management“.

Il sistema giudiziario statunitense pone limiti e standard precisi all’ammissibilità della prova scientifica nel processo, che non sempre vengono raggiunti dagli inventari di personalità come il MMPI: “Forensic professionals should carefully consider whether or not the multiscale inventories will pass muster under the Daubert standard and related case law that limits expert testimony to scientifically established data. The U.S. Supreme Court’s landmark decision in Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals, Inc. established general parameters for the admissibility of scientific and expert testimony. Conclusions from tests and other assessment methods must be empirically testable with a known or knowable error rate. As gatekeepers, trial courts have been discriminating in their decisions about when multiscale inventories are admissible. For example, the Supreme Court of New Hampshire refused to allow MCMI and MMPI-2 results to be used for profiling sex abusers“.

Concludiamo con Rogers: “I greatly value multiscale inventories for what they are able to accomplish, but strongly recommend that practitioners clearly understand their limitations. By discussing some of those limitations, psychiatrists and other professionals can become more sophisticated users of these measures. To accept all of the marketing claims supporting multiscale inventories would be a serious error; to dismiss these inventories categorically would be equally misguided“.

42

Se quanto riassunto in questo articolo ha interessato il lettore, voglia gradire in conclusione la pertinente citazione della vicenda de La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, (una delle tante geniali trovate della serie di romanzi di fantascienza di Douglas Adams dedicata alla “Guida galattica per gli autostoppisti“), così riassunta su Wikipedia:

Un gruppo di scienziati, i cui componenti sono in realtà la proiezione pandimensionale di una razza di esseri super-intelligenti esistenti su un piano dimensionale superiore, costruisce Pensiero Profondo, il secondo più grande computer di tutti i tempi e di tutti gli spazi, per ottenere la risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto (in lingua inglese The Ultimate Question of Life, the Universe and Everything). Dopo sette milioni e mezzo di anni il computer fornisce la risposta: “42“.

«”Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
“Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”»

Il computer informa i ricercatori che progetterà per loro un secondo computer, più grande di se stesso, incorporando entità viventi come parti della sua matrice computazionale, per dir loro qual è la Domanda. Questo nuovo computer viene chiamato Earth (tradotto in lingua italiana: Terra) ed è così grande da venir spesso confuso con un pianeta.

Pochi minuti prima della pubblicazione del risultato però, i Vogon distruggono il computer, per creare un’autostrada iperspaziale (più tardi nella serie, si scoprirà che i Vogon sono stati assunti per distruggere Earth da un consorzio di filosofi e psichiatri che temevano di perdere il lavoro qualora il significato della vita fosse divenuto di pubblico dominio).

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3 Responses to MMPI: dove abbiamo sbagliato?

  1. margherita marra ha detto:

    illustri, condivido le riserve su questo test, xché le interpretazoni che si riscontrano a livello di tribunali lasciano sempre troppo spazio alle incertezze e, comunque, essendo d’indirizzo psicodinamico preferisco test proiettivi e test carta e matita. Mi piacerebbe poi vedere applicato e interpretato + seriamente il bender, che trovo xfetto nel definire le varie problematiche; purtroppo molti lo applicano ma nessuno lo sa interpretare. eccato. M. Marra

  2. […] psicologo Corrado Lo Priore nel suo sito analizza bene le problematiche legate al […]

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