Il “Rorschach Debate”

L’esperto in tecniche proiettive deve conoscere la reale utilità dei test che andrà ad applicare, le loro potenzialità e i limiti insiti nelle prove stesse. Dovrà, perciò utilizzare gli strumenti di indagine più opportuni in relazione alle richieste specifiche, con cautela e consapevolezza
Associazione Italiana Rorschach, Linee Guida per l’Utilizzazione dei Test Psicologici in Ambito Forense

Come professionista e docente, conduco una campagna di informazione professionale rispetto all’utilizzo del Reattivo di Rorschach e delle altre tecniche proiettive in psicodiagnostica forense. Nel nostro paese, è molto diffusa l’applicazione di tali strumenti di indagine psicologica a fini peritali, sia in ambito civile che penale, eppure tale abitudine dei nostri consulenti contrasta col fatto che dalla ricerca siano emerse ben poche prove che tali strumenti possano fornire risposte valide ed attendibili ai quesiti posti dal giudice.

Sono convinto altresì che lo status scientifico generale di tali tecniche sia molto fragile e questionabile.

Va subito chiarito che tali riserve e considerazioni critiche sono riferibili a tutte le principali varianti interpretative basate su metodi proiettivi, comprendendo in ciò anche i sistemi interpretativi basati su procedure quantitative e standardizzate (ci riferiamo in specifico anche al Rorschach Comprehensive System di Exner), che vengono talora erroneamente indicati come strumenti oggettivi di analisi psicologica: a tale proposito, va ricordato che la formalizzazione delle procedure di somministrazione e scoring, pur auspicabile sotto molti punti di vista, non determina affatto l’obiettività della successiva interpretazione dei dati.

Sono confortato dal fatto che opinioni simili alle mie siano ampiamente maggioritarie nella comunità scientifica internazionale. Ad esempio, in ambito statunitense, il dibattito è stato negli ultimi anni particolarmente vivace ed interessante (sotto l’appellativo di Rorschach controversy o Rorschach Debate) e ha portato alla diffusione di serie perplessità sulla reale validità psicodiagnostica di certi strumenti.

Per identificare subito la portata di tale riflessione, si valuti il fatto che nel 2000 la Presidential Task Force sull’Assessment della Division 12 (Clinical Psychology) dell’American Psychological Association (APA) ha sconsigliato di proseguire l’insegnamento delle tecniche proiettive nei cicli formativi universitari per psicologi. Inoltre, in alcuni stati USA, l’utilizzo di tali tecniche di indagine non viene ammesso nel processo, in quanto non sempre è stato valutato che esse raggiungano gli standard richiesti per le prove scientifiche (ad es. il criterio Daubert); in alcuni casi, è avvenuto che consulenti esperti venissero ricusati, per aver basato le proprie conclusioni su tecniche proiettive, essi possono addirittura rischiare per questo procedimenti di natura deontologica. Pur prendendo le distanze da alcuni eccessi iconoclasti, il nostro sistema giudiziario non può tenere ancora gli occhi chiusi rispetto al dibattito in corso.

Alcuni miti sul test di Rorschach

Quanto detto stride evidentemente con l’attuale situazione nel campo della perizia o consulenza tecnica psicologica in Italia. Il Reattivo di Rorschach e gli altri test proiettivi di personalità vengono largamente impiegati e sono talora addirittura presentati come necessari all’indagine peritale psicologica, senza alcuna necessità da parte del consulente di giustificarne ulteriormente la scelta e chiarirne in perizia i limiti. Nella mia esperienza, mai ho assistito o mi è giunta notizia della esecuzione di un reale contro-esame del consulente tecnico, sull’adeguatezza del test di Rorschach rispetto al quesito peritale.

Ho raccolto alcuni dei “miti” forensi diffusi attorno ai test proiettivi, asserzioni tanto radicate nella pratica di alcuni consulenti o tribunali da non richiedere apparentemente alcuna messa in discussione:

  • il test di Rorschach è il più completo;
  • il test di Rorschach permette di scoprire verità più profonde e intime, che non sarebbe possibile conoscere senza la sua somministrazione;
  • il test di Rorschach è utile, a condizione che sia somministrato e interpretato correttamente (intesa come condizione sufficiente);
  • una certa interpretazione del test è valida perchè è stata commissionata agli esperti della Scuola Romana (sono a conoscenza personale di diverse situazioni in cui tale condizione sufficiente sia stata addirittura posta come necessaria per la sua validità);
  • “un Rorschach ci vuole”.

Veri e propri miti, che si perpetuano nel tempo e nella tradizione psicologico-giuridica sia orale che scritta: verità auto-evidenti, che possono essere affermate, scritte o insegnate, senza apparentemente sentire alcun dovere di motivarle o di corredarle della doverosa bibliografia scientifica di riferimento. Nelle nostre consulenze può accadere il paradosso che sia invece chi non utilizza i test proiettivi a doversi talora giustificare, come se fosse implicito che tali strumenti siano indispensabili per validità ed efficacia psicodiagnostica (1).

Alcuni obietteranno che in realtà sono ovunque molteplici le raccomandazioni ad un corretto utilizzo dei test ed alla verifica del loro status scientifico e dei loro limiti, vengono infatti ripetute in ogni corso accademici o extra-accademici e nella manualistica specializzata. Ne potrebbe essere esempio autorevole la raccomandazione citata in apertura di questo articolo, contenuta al primo punto delle Linee Guida per l’Utilizzazione dei Test Psicologici in Ambito Forense, promulgate dall’Associazione Italiana Rorschach e dall’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica.

Giungiamo così al primo problema metodologico che si intende mettere in luce: pur quando sono presenti, alle doverose raccomandazioni, non sembra mai far seguito l’altrettanto doverosa messa in pratica. Per la questione della validità delle prove proiettive in relazione ai quesiti giudiziali, risulta molto raro rinvenire nella manualistica psicologico-giuridica o psichiatrico-forense il benchè minimo tentativo di argomentare le proprie indicazioni sulla base dei dati della ricerca e in riferimento al dibattito scientifico. Abbiamo citato l’esempio del trattato di Fornari, ma il quadro non è dissimile per gli altri principali testi di riferimento nel campo, nella maggior parte dei casi l’argomentazione verte su una elencazione degli strumenti disponibili o su indicazioni di quale sia quello più utilizzato (invariabilmente il reattivo di Rorschach). Ci si limita dunque ad una descrizione di cosa avviene e rinunciando quasi del tutto a discutere e prescrivere cosa dovrebbe avvenire e perchè. Non fa eccezione neppure il settore della valutazione dei presunti abusi su minori, l’unico per la cui trattazione si accenna talora all’impossibilità di rinvenire indici testistici proiettivi ragionevolmente validi ed attendibili; anche in questo caso purtroppo mancano quasi sempre riferimenti bibliografici precisi alla ricerca scientifica internazionale, rischiando così di avvallare implicitamente l’idea che su questo tema si possa affermare, senza dover giustificare con osservazioni scientifiche pertinenti. Non appare dissimile neppure la situazione nell’ambito della didattica e formazione professionale: nei limiti di quanto mi è noto personalmente, la trattazione della questione del Rorschach nel processo si ferma solitamente a raccomandazioni generiche, una buona predica a cui difficilmente segue la presentazione e la discussione dei dati, dei fatti, dei contenuti della ricerca scientifica.
Il secondo problema da evidenziare rischia di essere ancora più insidioso e difficile da riconoscere: quando viene affrontato il tema del buon utilizzo del reattivo di Rorschach in ambito forense, l’argomento viene solitamente trattato quasi solo nei termini delle norme di corretta somministrazione, scoring, comunicazione dei dati. Ad esempio, le suddette linee guida dell’Associazione Italiana Rorschach, fanno seguire al già citato primo punto altre sette raccomandazioni, che riguardano l’esigenza di una correttezza tecnica (scelta del linguaggio, analisi quantitativa del dato, setting, formazione teorica) e formale/deontologica (trasmissione dei protrocolli, indipendenza dal ruolo processuale). Nelle fonti didattiche e manualistiche a cui tutti ci possiamo riferire la situazione non è dissimile, sono cioè molteplici e ripetuti gli inviti alla buona pratica sul piano tecnico e deontologico. Per quanto ineccepibili, la moltiplicazione di tali raccomandazioni potrebbe però comunicare la falsa impressione che il problema dell’uso del test di Rorschach in tribunale risieda solo nel rischio della malpratica e che ci si possa ritenere fortunati e al riparo da problemi se il consulente è in grado di somministrare e interpretare il test. Ciò è estremamente fuorviante, il nucleo critico che stiamo affrontando è relativo ai dubbi sullo status scientifico del test stesso (a cominciare da quelli sulla sua validità di costrutto e validità concorrente) e ai dubbi sulla sua utilità al problem solving giuridico, mentre le regole di buona pratica dovrebbero semplicemente essere date per scontate! Riaffermarle in continuazione, sposta solo l’attenzione del consulente su un problema che non dovrebbe neppure esistere, mentre la distoglie pericolosamente dalla vera questione, ovvero se da un protocollo Rorschach somministrato secondo tutti i crismi sia possibile trarre informazioni valide ed attendibili al ragionamento peritale, e ciò appare oggigiorno tutt’altro che assodato. Immaginando per assurdo il confronto con altri sistemi di indagine psicologica, i quali siamo ragionevolmente convinti essere del tutto al di fuori dell’ambito scientifico (quali ad esempio l’astrologia o la personologia grafologica), chi mai si preoccuperebbe di appellarsi ripetutamente all’utilità che tali metodiche vengano applicate senza compiere errori o seguendo alla lettera il proprio “manuale d’istruzioni”? Non è forse un caso che nella trattazione di altri importanti strumenti di indagine della personalità (ad esempio i questionari multiscala), scompaiano o si riducano dalle stesse fonti manualistiche e didattiche i riferimenti alla necessità di una buona pratica, la quale viene giustamente sottointesa nel rivolgersi a professionisti medici o psicologi.
A fronte di questo attuale vuoto formativo quasi assoluto sullo status scientifico delle tecniche proiettive (che come abbiamo visto è fittiziamente riempito da sterili e fuorvianti appelli ad un loro utilizzo tecnicamente e deontologicamente corretto), non sorprende che sia estremamente limitata nella gran parte dei consulenti tecnici attivi nei tribunali civili e penali italiani la comprensione dei limiti delle stesse prove proiettive che essi somministrano o commissionano. Domandiamoci quanti degli esperti al servizio del giudice o delle parti abbiano mai verificato gli studi sulle proprietà psicometriche del reattivo di Rorschach, o le metaanalisi sulla sua validità, o gli studi sull’applicazione al ragionamento giuridico, che pur esistono in gran quantità nella letteratura internazionale: dovremo purtroppo constatare che sono pochissimi, mentre la gran parte lo utilizza solo per consuetudine, tradizione diffusa, come strumento valido per tutte le stagioni.
Con ciò non si intende negare a priori ogni valore alla tradizione ed alle opinioni diffuse in una comunità scientifica e professionale come la nostra: il visssuto e l’esperienza della comunità dovrebbe svolgere proprio la funzione di filtro e di convalida rispetto alle indicazioni che provengono dalla ricerca di base. Sarebbe anzi questa una funzione essenziale, sancita anche nel quarto punto del suddetto criterio Daubert (applicato nella gran parte degli Stati Uniti per valutare l’ammissibilità della prova scientifica): “whether the method is generally accepted in the relevant scientific community“. L’accettazione e la diffusione di uno strumento nella comunità scientifica come suo criterio di validità richiede però necessariamente che tale comunità sia ben preparata e continuamente impegnata in un lavoro attivo di confronto ed aggiornamento rispetto ai dati della ricerca. In mancanza di queste condizioni, e nel desolante disinteresse per il metodo scientifico che sembra pervadere molta pratica psicologico-giuridica attuale, la nostra tradizione e i nostri miti non sembrano poterci guidare molto oltre una sterile auto-perpetuazione.
Sotto un’altra prospettiva, una paradossale difesa a tutti i costi degli strumenti tradizionali, nonostante o addirittura contro gli stessi dati di realtà a cui essi dovrebbero condurci, non è poi così sorprendente se si valuta quanto tempo e sforzo sia stato investito dalle scienze della psiche nei test proiettivi fin dai propri albori. E ancora più comprensibile in ambito psichiatrico-forense, nel quale riconoscere la scarsa attendibilità degli strumenti finora più utilizzati per capire e decidere, costringerebbe ad ammettere la possibilità di aver commesso finora più errori di quanto non siamo disposti a riconoscerci.
Il problema non sembra risolvibile tramite giuste raccomandazioni, pur ineccepibili, ma impegnandosi a riattivare un processo virtuoso di collegamento tra i professionisti della consulenza psicologica ed il lavoro dei ricercatori. Il mondo accademico e della formazione mi appare gravemente colpevole nel continuare a trascurare questa necessità e limitarsi alle buone prediche.

Il Rorschach Debate

La soluzione ai suddetti problemi appare dunque chiara, ma può risultare faticosa, e passa dalla riscoperta del dato scientifico. Il dilemma della validità dei test proiettivi in ambito giuridico non è quello del sesso degli angeli, è disponibile parecchia ricerca interessante da analizzare, non vi è dubbio che sia questa a dover fare da punto di riferimento e non gli ipse dixit della tradizione forense. Sono proprio gli psichiatri e gli psicologi i primi che dovrebbero conoscere ed evitare i rischi epistemologici (circolarità del ragionamento), insiti nel basare le proprie opinioni clinico-forensi sulla soggettività delle proprie impressioni e abitudini, senza una verifica sulla sponda dei dati raccolti in situazione controllata.
Ritengo utile servizio quello di riportare alcuni riferimenti bibliografici principali da cui partire per un approfondimento, senza alcuna pretesa di riassumere in questa sede la complessità dei contenuti scientifici e del dibattito in corso. Si tratta dei lavori di alcuni tra i più rappresentativi esperti statunitensi di testistica psicodiagnostica, i quali si sono più o meno esplicitamente schierati su posizioni pro e contro l’utilità dei test proiettivi in ambito clinico e forense, in un fiorire recente di pubblicazioni che come già detto ha avuto enorme risonanza sotto l’appellativo di Rorschach controversy o Rorschach Debate (ma non in Italia, mi sembra che non se ne trovi ancora traccia). Alcuni articoli da cui è possibile iniziare a documentarsi sono:

  • Lilienfeld et al., 2000 (ampia review meta-analitica, full-text)
  • Lilienfeld et al., 2001 (riduzione apparsa su Scientific American nel Maggio 2001, full-text)
  • Garb et al., 2001 (abstract su Pubmed)
  • Hunsley & Bailey, 2001 (abstract su Pubmed)
  • Grove et al., 2002 (full text)

Linko inoltre l’interessante e documentato botta e risposta che si è tenuto sulle pagine del The Clinical Psychologist, pubblicazione della Society of Clinical Psychology (Division 12 dell’APA):

  • Lohr et al., 2002-03 (full text, pagg. 4-10)
  • Weiner et al., 2002-04 (full text, pagg. 7-12) (è questo l’articolo a difesa del RCS che può essere reperito linkato o tradotto su diversi siti pro-Rorschach stranieri o anche italiani, ma purtroppo sempre tristemente solitario, isolato da tutto il resto del dibattito. Ad essere maliziosi, si potrebbe pensare che dietro simili dimenticanze selettive vi sia poca motivazione alla diffusione scientifica e tanta ansia di separazione dalle proprie idee)
  • Lilienfeld et al., 2003-01 (full text, pagg. 6-7)
  • Weiner et al., 2003-01 (full text, pagg. 8-9)

Precisazioni

A scanso di equivoci, si richiama innanzitutto l’attenzione sul fatto che, nonostante tale dibattito sia incentrato anche sull’utilizzo clinico degli strumenti proiettivi, in questa sede mi preme limitare la discussione agli utilizzi di tipo forense. Ciò anche sulla base della considerazione che esiste certamente in ambito clinico una maggiore libertà di movimento del professionista, il quale (pur facendo sempre riferimento a scienza e deontologia) resta direttamente responsabile degli strumenti che adopera e può di solito valutarne l’uso in tempi più lunghi e in una situazione di relazione significativa con l’utente. In modo assoluto, con il presente articolo non intendo dunque allargare ai setting clinici o psicoterapici il discorso della validità del test di Rorschach o degli altri test proiettivi.
In secondo luogo, si vuole porre in evidenza il fatto che tutte le sopracitate pubblicazioni e ricerche ricerche hanno come oggetto delle critiche o delle difese il test di Rorschach solo nella versione del Comprehensive System di Exner, intesa come gold standard metodologico, mentre da parte della comunità scientifica statunitense non vengono apparentemente neppure prese in considerazione per l’utilizzo in ambito forense tutte le altre diverse metodiche di interpretazione, in quanto intrinsecamente valutate come ancora meno confacenti agli standard scientifici ed alla possibilità di una validazione sperimentale. Non sarebbe dunque ragionevole sottrarre i numerosi altri metodi interpretativi esistenti per il Rorschach alla doverosa valutazione in base agli elementi discussi nel dibattito scientifico, in base semplice al fatto che essi non vengono citati.
Infine, è importante segnalare che tale massiccio movimento critico nell’opinione scientifica è rivolta contro gli strumenti proiettivi stessi, e non contro un loro cattivo uso. Nel caso del test di Rorschach, i risultati della ricerca hanno prodotto solo poche e modeste correlazioni tra indici Rorschach e dati clinici, insoddisfacenti nel ragionamento medico-legale, nonostante sia stata esplorata una vasta gamma di indici e in condizioni esplicite e controllate di somministrazione (2). Sulla base dei dati, non vi sono dunque motivi per ritenere che i limiti di tali tecniche di indagine siano superabili moltiplicando gli sforzi sul fronte del rigore metodologico, e ciò conferma quanto precedentemente affermato rspetto all’irrilevanza degli appelli alla buona pratica “all’interno” della scelta del test proiettivo, quando piuttosto la buona pratica potrebbe risiedere nel dubitare di tale scelta.

Considerazioni conclusive

Scopo del presente articolo è quello di richiamare il discorso relativo all’utilità psichiatrico-forense dei test proiettivi ad un necessario stretto riferimento coi dati della ricerca e di favorire la diffusione presso la comunità psicologico giuridica italiana dei contenuti del cosiddetto Rorschach Debate. Non essendo questa la sede per riassumere le informazioni e le questioni finora emerse da tale ampio processo di revisione (con questioni che appaiono ormai abbastanza definite e condivise ed altre su cui gli esperti e le loro osservazioni restano in franco disaccordo), nel giungere alle conclusioni si darà quindi per scontato che il lettore abbia letto e approfondito la conoscenza di questa letteratura.
Emerge nella comunità scientifica internazionale un movimento maggioritario che risulta pesantemente critico e dubitativo sulle effettive possibilità di un utilizzo dei test proiettivi in ambito forense ed in relazione al problem solving giuridico, principalmente per limiti nella loro validità di costrutto e validità concorrente. Non mancano i sostenitori del loro utilizzo e neppure indicazioni relative ad alcuni indici che mostrano effettivamente interessanti proprietà psicometriche, ma questi sono purtroppo pochi e risultano solo una piccola parte nel pool di tutti gli indicatori che vengono poi realmente presentati in perizia ed utilizzati a fini decisionali.
Senza alcuna pretesa di risolvere in questa sede l’annosa questione, né di voler in alcun modo negare ad ogni consulente la possibilità di utilizzare tecniche a discrezione, vi sono comunque motivi più che fondati per poter almeno dubitare della validità e utilità forense del test di Rorschach e delle altre tecniche proiettive. Vanno respinti dunque fermamente tutti i tentativi di imporne l’utilizzo o di sostenere che in mancanza di tali strumenti una valutazione psicologica o psichiatrica debba essere incompleta, superficiale, inefficace.
La ricerca psicologica ci segnala invece che nel migliore dei casi l’utilizzo delle tecniche proiettive sembra poter aggiungere poche informazioni pregnanti al giudizio clinico-forense, mentre negli altri casi risulta inutile, sottrae tempo ad approfondimenti più significativi, o peggio ancora produce dati fuorvianti. Parafrasando le parole utilizzate da Fornari (1997) per questionari di personalità, i dati provenienti dalla ricerca purtroppo ci suggeriscono che anche la somministrazione in sede peritale dei test proiettivi probabilmente “fa perdere tempo prezioso e altrimenti utilizzabile“.
E’ compito del consulente tecnico chiamato a pronunciarsi per la giustizia quello di scegliere gli strumenti che utilizza in base alla scienza ed alle conclusioni della ricerca. Dovrebbero essere invece del tutto irrilevanti ai fini di tale scelta gli ipse dixit e le abitudini psichiatrico forense tradizionali, che vedono ancora il test di Rorschach come lo strumento maggiormente utilizzato e più ampiamente considerato nella manualistica. Ispirandomi proprio alle linee guida dell’Associazione Italiana Rorschach per l’utilizzazione dei test psicologici in ambito forense, con le quali abbiamo aperto, si sconsiglia dunque l’impiego delle tecniche proiettive in ambito di psicologia giuridica e psichiatria forense e si invitano tutti i colleghi ad una discussione aperta e libera da pregiudizi.


NOTE:(1) Come autorevole esempio, è possibile citare il celebre Trattato di Psichiatria Forense (Fornari, 1997), pietra miliare del settore e testo psichiatrico-forense principale su cui si forma la classe medico-legale e degli esperti in psicologia giuridica. Ci si attende da un manuale così prestigioso ed influente che la questione della scelta del test, argomento estremamente tecnico e specialistico della scienza psicologica, venga affrontato con ricco riferimento a fonti scientifiche e ai dati della ricerca. Nulla di tutto ciò, purtroppo, la questione viene liquidata mediante opinioni personali, tratte dalla pratica, senza ombra di giustificazione alcuna rispetto alle proprie asserzioni. Il paragrafo dedicato ai reattivi di personalità viene dedicato dall’autore esclusivamente alle prove proiettive (Rorschach, TAT, CAT, Patte Noire, ORT, Blacky), mentre ai questionari di personalità è riservata solo la citazione in un paragrafo a parte, così introdotto: “tralascerò di trattare i questionari, perchè essi troppo facilmente si prestano, nell’ambito specifico qui in esame, a strumentalizzazioni di vario genere che nulla aggiungono, semmai confondono, certamente fanno perdere tempo prezioso e altrimenti utilizzabile“. Sulla base di quali dati e osservazioni l’autore tragga questo secco convincimento, non è dato saperlo, ipse dixit. Lo stesso disinteresse per la divulgazione dei dati provenienti dalla ricerca e dalla letteratura scientifica sembra emergere dalle frasi con cui lo stesso test di Rorschach viene introdotto: “nello studio del settore profondo della personalità, particolare applicazione trova il test di Rorschach, la cui utilizzazione specifica può essere quella di:
– offrire utili elementi per risolvere problemi o dubbi diagnostici, specialmente in presenza di sovrastrutture difensive che «tengono» o di dissimulazione di malattia mentale, specie nei casi iniziali e nelle forme atipiche e mascherate, di cui interessa dimostrare la struttura patologica sottostante. Quanti soggetti patologici, in cui i meccanismi di difesa, opportunamente mobilitati e rigidamente mantenuti, riescono a mascherare in ambito di colloqui liberi e di obiettivazione diretta i sottostanti disturbi, «esplodono» quando viene loro somministrato il test di Rorschach, e riversano nelle interpretazioni, ma soprattutto nelle elaborazioni e verbalizzazioni, tutta la patologia di cui sono portatori!
– dirimere i quesiti relativi alla simulazione di malattia mentale;
– portare utili elementi di approfondimento in tema di attendibilità della testimonianza;
– documentare, attraverso una obiettivazione più precisa rispetto al semplice approccio clinico, il grado di destrutturazione o di deterioramento della personalità del periziando. In particolare, si può evidenziare molto bene la presenza di alterazioni organiche psichiche attraverso la rilevazione di una serie di segni che, descritti da vari Autori e poi unificati, prendono nome di sindrome organica generale del Rorschach
” (pagg. 275-6).
Orbene, tutti i suddetti punti sono da anni al centro di feroci critiche e confutazioni sperimentali da parte della comunità clinica e di ricerca, sulla base di dati e di osservazioni (ad esempio, essere a conoscenza delle fondate accuse di “over-pathologizing” rivolte al reattivo di Rorschach, getta una luce sinistra sull’esclamazione di Fornari sui pazienti che “esplodono” al Rorschach tutta la propria patologia mentale, ben nascosta al colloquio). Non che questo possa far ritenere conclusa la questione, il dibattito è anzi ancora particolarmente vivace ed interessante e non mancano voci e dati a sostegno dell’utilità dello strumento, ma perchè non farne menzione? Perchè non indicare all’allievo psichiatra forense che tanti autori nel mondo hanno affrontato la questione e che buona parte dei dati di ricerca sembra limitare di molto la reale validità del reattivo di Rorschach, in ciascuno dei quattro ambiti di utilizzazione forense proposto da Fornari? Al giudice che voglia verificare la preparazione scientifica del proprio consulente, o all’avvocato che intenda contro-esaminarlo rispetto agli strumenti che questi ha utilizzato, può essere sufficiente come risposta “ipse dixit“?(2) A tale proposito, riporto in nota alcune riflessioni personali, come semplice spunto per la discussione. A mio parere, il problema risiede nel fatto che, qualunque sia il setting, qualunque la cautela procedurale e la tecnica di analisi dei dati, non siano in realtà contenuti sufficienti elementi realmente significativi nel materiale testistico: le risposte di un soggetto che osserva delle macchie di colore. Sono tra coloro che sospettano che il limite principale di tali strumenti non risieda nella tecnica di interpretazione, ma proprio nei loro presupposti teorici di base (teoria dei processi proiettivi). In mancanza di sufficiente contenuto significativo nel pool di dati da analizzare, il problema del modo in cui questi vengono elaborati ed interpretati diviene del tutto irrilevante: una tavola senza cibo resta vuota anche se ben apparecchiata (o ancora, restando in tema di metafore commestibili, “non si può cavar sangue dalle rape”). A meno che non si voglia ancora sperare nel fatto che il problema dei bassi indici di validità e attendibilità sarà risolto con la prossima edizione del sistema di Exner, o con la prossima struttura interpretativa ancora da inventare.

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3 risposte a Il “Rorschach Debate”

  1. Dr. C.Capasso ha detto:

    Concordo pienamente e aggiungo che da uomo di scienza (magari di serie B o C ma, almeno, cosa sia il metodo scientifico credo di averlo ben chiaro almeno nella sua negazione) sono realmente indignato che non si reagisca duramente a queste che sono a tutti gli effetti pratiche sciamaniche.
    Nello specifico ho dovuto subire, nell’ambito della mia causa di separazione, la “somministrazione” del reattivo di Rorschach e pensando di essere corretto nei confronti della paciosa signora che doveva scandagliare in circa un’ora i più profondi recessi della mia psiche (io con la mia intelligenza buona ma non eccezionale è da oltre quarant’anni che la studio e non ci ho cavato grandi certezze), le ho manifestato con molta cortesia e con un garbato uso di citazioni più o meno colte, la mia forte contrarietà sulla pretesa scientificità del metodo (se il buon Rorschach invece che l’hobby della pittura avesse avuto quello della cucina cosa ci avrebbe fatto interpretare, le frattaglie di pollo?!).
    Credo di aver commesso un’ingenuità colossale non avendo riflettuto che stavo mettendo in discussione l’essenza di un mestiere e la solidità di uno strumento perfetto per questi tempi in cui della scienza non importa nulla a nessuno e gli psicologi non si vergognano di essere bravi (non tutti per fortuna) soprattutto a comparire in televisione a pontificare del nulla sulle tristi tragedie di un paese allo sbando che deve distrarsi dalla realtà di una vita dura e dal futuro incerto.
    In buona sostanza, l’impressione che ho avuto in questo mio (doloroso) contatto con questo mondo, è quella che esista una casta (chi amministra la legge) che è ben contenta di delegare la semplice incombenza di far osservare la legge alla luce del buon senso e della personale capacità di decidere ai membri di un’altra casta (coloro che cercano di dare una spiegazione all’inspiegabile al di là di quelli che sono gli strumenti di progresso della conoscenza e che hanno delle regole ormai ben chiare) che supplisce con automatismo parascientifico (scienza e coscienza? Lasciamo stare la scienza, per piacere) e con arrogante certezza.
    Con ciò non intendo assolutamente escludere dal rango delle discipline scientifiche tutte quelle che hanno a che fare con la complessità della mente e delle sue eventuali patologie (di nuovo, il non misurabile è non misurabile per definizione. Umiltà please).
    Ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita e durante la mia esperienza di studi svariate persone di eccelsa levatura scientifica e culturale che hanno dedicato gran parte dei loro studi al tentativo di ampliare la nostra conoscenza dei processi mentali (analisti, psicologi, cibernetici) e mai nessuno di loro si sarebbe sognato di avere nei confronti dei casi della mente un atteggiamento così ottusamente deterministico e fideistico come quello degli adepti del Rorschach.
    L’avventura dell’esplorazione delle facoltà e delle anormalità mentali (ma volterrianamente mi chiedo sempre quali possano essere i parametri per definire la “normalità” e quanto questi “dipendano dalle coordinate geografiche”, come la morale) è un’avventura in cui inevitabilmente ci sono due (e solo due) mondi soggettivi che interagiscono e, per usare una sintassi cara ai matematici, se pure esistono delle verità psichiche riguardanti i soggetti coinvolti, probabilmente sono verità non dimostrabili con i teoremi e gli strumenti interni al sistema dei due mondi in questione.
    Ciò non esclude che esista la sofferenza psichica nelle sue varie forme e nei suoi gradi di disturbo.
    Continuo con la metafora matematica e dico che nonostante sia da oltre duemila anni che ci occupiamo dei numeri primi e della loro disposizione nell’infinito campo dei numeri reali ma nessun matematico si sognerebbe di esibire le certezze che gli sciamani del Rorschach esibiscono senza alcun pudore.
    L’interazione tra esseri umani (la coppia paziente-terapeuta o forse sarebbe meglio sofferente-soccorrente) ci è necessaria da sempre per superare le difficoltà della vita affettiva sia che ci si rivolga a un prete, che a un amico o a un’analista e il risultato primo non può che essere l’alleviare la sofferenza. Null’altro.
    Trasformare questo rapporto in uno strumento di giudizio ci fa sconfinare in territori pericolosi.
    Quanto influisce la cultura, quanto la politica, quanto la forza economica di una coltura rispetto alle altre, et cetera.
    Ad esempio, se la cultura dominante (almeno fino ad ora) soprattutto nel campo delle discipline della mente e della psiche non fosse quella Occidentale-Anglosassone così fortemente orientata alla normalizzazione degli individui perché siano il più possibile produttivi e mansueti i parametri decisionali rispetto alla normalità sarebbero gli stessi?
    Nessun fisico o chimico o scienziato degno di questo nome si sognerebbe lontanamente di accettare un’epistemologia così congegnata.
    Un’ultima domanda: se l’essere psicologo o psichiatra o analista (e tutte le altre accezioni dell’essere terapeuti delle problematiche psichiche) ha come fine ultimo la guarigione dei pazienti o l’alleviare le loro pene, quanti ne guariscono? I numeri per favore.
    A tale proposito un’aneddoto sulla meteorologia raccontato a un tassista romano dal celebre Col.Bernacca. “Sono andato in Inghilterra a un congresso di meteorologia (anni ’70) e ho illustrato in nostri dati sulle previsioni: sono molto attendibili nel 30% dei casi! E una voce dalla sala mi fa:”Datele al contrario.””.
    La scienza per fortuna è una cosa affascinante e seria.
    L’umiltà nel praticarla è, insieme all’immaginazione e alla tenacia la qualità fondamentale per allargare il campo delle nostre conoscenze.
    Almeno fino a che qualcosa o qualcuno falsifica le nostre teorie.
    Duro da digerire e meno romantico delle macchie di inchiostro ma è così.
    Si faccia qualcosa per contrastare queste cattive pratiche parascientifiche.

    Grazie.
    Nino Capasso
    fisico

  2. […] Riferimento: il RORSCHACH E' INATTENDIBILE date un'occhiata alle critiche sul test in ambito peritale Il “Rorschach Debate” corrado lo priore, psy.d […]

  3. […] Il metodo proposto da H.Rorschach si concretizza in un test complesso ed articolato il cui utilizzo richiede un lungo addestramento e specializzazioni apposite. Inoltre, richiede una buona conoscenza della statistica ed ovviamente della psicologia clinica e della personalità. A seconda di quale metodo interpretativo si scelga di adottare, il metodo spesso rigoroso e standardizzato, e prevede una precisa disposizione dello psicologo e del paziente, specifiche domande volte stimolare le risposte e specifiche modalità attraverso cui interpretare i risultati. Vale la pena ricordare che definire un test psicologico come complesso, articolato e sistematizzato non significa affermare automaticamente che questo sia VALIDO, AFFIDABILE ed UTILE, ovvero che misuri precisamente il costrutto che si propone di indagare, aiutando lo psicologo clinico nella sua presa di decisione. La letteratura critico-scientifica sul Rorschach è estremamente complessa ed articolata, ricca di posizioni contrastanti tra chi ritiene che il metodo sia sostanzialmente inutile (in pratica una perdita di tempo complessa ed articolata, ma comunque una perdita di tempo) e chi lo ritiene la migliore tecnica di indagine per sondare la personalità e il funzionamento mentale dell’altro. Qui alcuni approfondimenti/critiche. […]

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